Il flop dei suquel di oggi. . . dove si inciampa?
Recensione a cura di Giovanna Santarsiero.
A circa una settimana dall'uscita dell'attesissimo film dell'anno, Il diavolo veste Prada 2, il dibattito è già acceso. Il tentativo di dare un sequel ad un film cult che ci ha appassionato per vent'anni non è stato centrato. Forse perché questo è uno dei casi in cui non avremmo voluto un proseguo: un film che abbiamo rivisto almeno una volta all'anno, capace di farci tornare in un'epoca in cui il cinema raccontava storie autentiche e brillanti.
Perché negli ultimi anni i sequel deludono sempre più spesso?
Forse la vera spiegazione sta nel voler rivivere il successo del passato puntando alla nostalgia nei fanni che, spinti per curiosità, si fionderanno nelle sale, generando incassi facili. Ma la verità è che la magia non si replica a comando.
La trama
Ritroviamo la nostra amata Andy – interpretata dalla radiosa Anne Hathaway – che ha costruito la carriera dei suoi sogni ma che tramonta proprio nelle prime scene, licenziata ingiustamente tramite un messaggio poco prima di ircevere un prestigioso premio. Il film si apre già con una forte denuncia sulle fragilità del giornalismo contemporaneo.

In parallelo anche la dispotica e temuta Miranda Priestlay – interpretata da una meravigliosa Meryl Streep impeccabile più che mai – è finita in un brutto scandalo, comunicatole proprio da Nigel – interpretato da Stanley Tucci – a causa della promozione di un marchio che si è rivelato uno sweatshop. Un duro colpo, proprio nel momento in cui il suo editore, Irv Ravitz, sta per promuoverla Global Chief Editor.
A seguito di una segnalazione anonima, che mostra Andy in un video divenuto virale sui social, che Irv decide di assumerla come festures editor di Runway, nella speranza di risollevare la rivista. Una decisione che Miranda subirà senza mostrare il minimo segno di entusiasmo, dichiarando di non riconoscere Andy quando si presenta in redazione.
La ragazza si trova quindi a dover fare i conti con la difficoltà di muoversi in un ambiente profondamente cambiato,dove la digitalizzazione detta le leggi e la qualità è costretta a piegarsi alla logica dei numeri. Nigel le spiega quanto sia difficile restare rilevanti senza abbassare gli standard e di come, dopo diverse pressioni delle risorse umane, anche Miranda ha dovuto smussare il suo leggendario carattere dispotico.
Nel tentativo di risaldare i rapporti con gli inserzionisti, Miranda è costretta a fare trattative con alcune case moda come Dior, la cui brand manager è Emily Charton – Emily Blunt – nonchè l'ex assistente di Miranda e collega della protagonista.
L'articolo di scuse scritto abilmente da Andy sembra ridare fiato alla rivista, ma i suoi successivi articoli non ottengono il successo sperato. Tutto cambia quando riesce ad ottenere un'intervista con Sasha, l'ex moglie di Benji Barnes, da anni ritiratasi dagli schermi.
L'intervista diventa virale e Runway ha un'impennata evidente, tanto da portare Irv a organizzare un evento celebrativo durante il quale avrebbe promosso Miranda se non fosse che, poco prima del discorso, un infarte fulminante decreta la sua morte.
Tutto passa in mano al figlio, Jay, che non ha nessun riguardo verso la rivista e convoca una commissione di esperti per rivoluzionare la rivista, proponendo tagli drastici e un cambio rotta totale.
Andy, che nel mentre ha iniziato una relazione con Peter – un restauratore di appartamenti antichi – attraverso una registrazione scopre i piani di Jay. Cercherà di aiutare Miranda ma ci riuscirà?
Impressioni finali
Tolte delle scene nostalgiche e momenti più profondi che portano a una serie di riflessioni – come il tema della digitalizzazione che invade le nostre vite, portando con sé criticità in diversi ambiti lavorativi come quello del giornalismo cartaceo – e il cameo con Donatella Versace e Lady Gaga, la tramarisulta atratti debole e, in alcuni momenti noiosa. Forse ci si aspettava altro, o forse non volevamo affatto scoprire cosa fosse accaduto poi ai nostri protagonisti avevamo imparato ad amari pe quelli che erano.
Cionostante, ho apprezzato il voler mettere in evidenzia una verità scomoda senza troppi giri: non esistono troni che resistono in un'epoca che spinge inesorabilmente verso il cambiamento, anche chi pare imbattibile mostra le sue fragilità.
Quattro personaggi, quattro protagonisti, quattro archetipi generazionali: Andy, eterna millennial idealista, sicuramente più sicura di sé ma ancora animata quell'inarrestabile voglia di salvare gli altri, mentre tenta di salvare se stessa; Emily, simbolo di un pragmatismo costruito sul sacrificio a sul controllo emotivo; e poi Miranda e Nigel, boomer per eccellenza, elegantoi ed integri, capaci di affrontare l'inevitabile controllo senza venire meno alla dignità, seppure notiamo incrinature caratteriali di fronte ad una società che mette in ginocchio il passato per guardare al futuro.
Su di loro si fonda questo film, lasciando in disparte i personaggi secondari, come era prevedibile. Interessante l'occhiolino alla moda: la scelta dei look dei quattro protagonisti è come sempre impeccabile, un inno all'alta moda che tocca l'apice nelle scene della Fashion Week di Milano. La bravura dei personaggi è indiscutibile e crea comunque un patos verso la storia personale di ognuno, collegandosi inevitabilmente con il passato. La scelta di riproporre le colonne sonore del primo film è stato un paracadute di salvataggio perchè innesca una sensazione nostalgica che crea connessione emotiva.
Forse, il vero rammarico, è quello di vedere intaccati quei personaggi che per vent'anni sono rimasti intoccabili, figure che amavamo rivedere senza il bisogno di sapere "come fosse andata a finire". Personaggi che avevamo amato proprio per quelle fattezze fisiche e caratteriali che mostravano fragilità e punti di forza degli esseri umani. Proprio come Andy, nella scena finale, con un gilet ceruleo – eco del celebre pullover del 2006 – che non sa ancora se ha ragione la moda o lei.
Certi miti, evidentemente, andrebbero lasciati dove li abbiamo amati di più.






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