La casa Azul
Apri i tuoi orizzonti
A cena con l’assassino di Alexandra Benedict
Le disavventure della befana - di Simona Mancusi
Ancora uno Bart - di Antonio Tripaldi
“Nessuno ti aspetta a casa stasera? La signora?”
“La signora è dai suoi per il cenone quindi, versa pure, e versane uno bello grosso”
Il bar era quasi deserto. Tranne qualche avventore seduto ai tavolini, seduto al bancone c’era solo lui, Robert. Non aveva alcuna voglia di tornare a casa e starsene da solo quella sera.
“Come mai non sei insieme a Carla per le feste?”
“Solite storie Bart, incomprensioni, gelosie. Quando si è ancora all’inizio tutto sembra bello e pieno di emozioni, poi vi conoscete a fondo, andate a vivere insieme. Per te subentra la noia, per lei il fastidio ed il sospetto. Ancora uno Bart.”
“Guarda che tra un po devo chiudere”
“‘Naaah. Chiama due pollastrelle e spassiamocela un po insieme stasera”
“Non avrai già bevuto un po troppo?”
“Io bevo sempre il giusto, vai con il liscio”
Verso’ l’ennesimo whisky fino all’orlo, sperando fosse l’ultimo. “E Janet che fine ha fatto? La vedi più?”
“Naaah amico. Ha fatto le valigie e mi ha piantato in asso. Se non sbaglio era sempre intorno a Natale. Ma sai una cosa? Voleva sempre fumare erba ed io non ho più l’età. Non sono più un ragazzino”
“Ma hai l’età per bere a volontà giusto?”
“Dovevo beccare giusto io il barista con una coscienza? Bere mi fa dimenticare di essere scontento, mi accontento, guarda che bel cielo blu, guarda quel vulcano che sta eruttando la sua lava nella nostra direzione, favoloso”
“Per questo Carla è dai suoi?”
“Naaah. Era in giro con le stupide amichette; io mi trovavo all’altro lato del passeggio con i miei stupidì amichetti. Nel mentre lei passava di fronte a me, passa una mia vecchia conoscienza e ci salutiamo con lo sguardo. Apriti cielo”
“Ha mal interpretato? Possibile che un tipo come te, con tutte le cose che mi hai raccontato e che ho visto con i miei occhi…possibile che tu nei suoi confronti sia sempre innocente?”
“Innocente non lo era neanche quel bambinello che si usa mettere nella mangiatoia ogni anno a Natale. Se si spara sempre nel mucchio, e’ normale che ogni tanto la tua mira sia impeccabile. Ma ogni tanto però. Ancora un altro Bart.”
“Come pensi di risolverla questa?”
“Non si può fare niente per rimediare a niente. Solo il tempo puo migliorare o mitigare o far dimenticare qualcosa. L’abitudine Bart, l’essere umano si abitua a tutto…a tutto!!!”
“Si abitua anche a te? Ahah”
“Sono io che non mi abituo mai a niente. Dai Bart, il bicchiere piange”
“Puoi essere serio una volta tanto?”
“Penso che domani la chiamerò, le darò gli auguri, le dirò di tornare da me, che questo piccolo verme ha bisogno del suo amo per pescare ancora, pescare perle da donare a lei”
“Che poeta”
“Buone feste a tutti” Entro’ una donna nel bar. Molto avvenente, altezza media, scura di capelli, vestita con buon gusto. Robert la osservò tutto il tempo. Bart osservando il suo abituale cliente scosse la testa. La donna si sedette vicino a Robert.
“Come va schianto? Bevi con me? Bart due di quello che desidera il raggio di sole”
Bart, rassegnato verso’ due amari, quello che desiderava la signora.
“Ti piace leggere?” le chiese Robert.
“Mi piace ascoltare”
“Allora ascolta la mia storiella sul Natale”
Tornato a casa verso l’una di notte, Robert apri’ una bottiglia di vino rosso. La serata era quella giusta, il silenzio era quello giusto, l’alcol in circolo anche. Si sedette al tavolino dove in mezzo stava la sua vecchia macchina da scrivere e, tra un sorso e l’altro, cominciò a scrivere una poesia:
“Consumo l’ottimismo come
Cicche d’amore spente ma
È natale…”
Fu interrotto dallo squillo del telefono di casa. Si alzò ed andò a rispondere con il bicchiere in mano.
“Siiiiii”
“Robert, sono Jessica, disturbo?”
“Naaaah Jessie, sono appena le due di notte…”
“Lo so scusami e’ che…il tuo agente mi ha detto che eri solo a casa, Carla è via, volevo sentire se andava tutto bene”
“Alla grande grazie del pensiero, tu come va?”
“Ah le solite. Anche io sono sola a casa, ma sei ubriaco?”
“Ooooooh siiiii ma non al punto giusto tesoro”
“Senti, qua in redazione sono rimasti scioccati dal tuo racconto sul Natale. Ma come ti è venuto di scrivere tutte quelle corbellerie?”
“Voi non capirete mai l’arte. Ogni critico è un romanziere fallito e…”
“Senti Robert, ok la tua prosa è musica anche quando parla di porcherie da maschi e cose del genere, ma non puoi pretendere che la rivista faccia leggere a dei bambini una cosa così macabra…tutt’al più sul Natale”
“Jessie hai una voce così sensuale, perché non passi da me e ne parliamo con un bel bicchiere di vino”
“Robert…”
“Seeeee…ma cosa pretendevano? Che parlassi di regali sorrisi e smancerie del genere? Io ne ho un vaghissimo ricordo. La mia vita urlo e furore come diceva il bardo”
“Ma almeno una cosa più soft”
“Non va bene un babbo natale ubriaco che sventra le renne, fa il filo alla Befana e sfascia tutti i regali che con fatica ha portato ai marmocchi del mondo? Magari che defeca nel camino di casa tua e canta la ninna nanna a tua nonna? Questa è arte moderna”
“No questa è pazzia. Quando hai scritto quella finta lettera indirizzata a quella famosa scrittrice, quella si’ che era arte. Eri dolce, geniale e controcorrente “
“Già…hai ragione, ma vedi…in quella lettera, in quelle finte lettere, ho aperto il mio petto, ne ho tirato fuori il cuore a mani nude e, con le mani grondanti di sangue, ho strizzato il mio cuore su quelle pagine; e tutto questo per una…aaaaah non voglio essere volgare, tutto questo per una che mentre scrive le sue stronzate , non sa fare altro che limarsi le unghie. Questo è il vero Robert. Scrivo e vomito dove mangio”
“Un grande pezzo d’uomo. Sei da sposare proprio”
“Aaaaaah stammi bene”
Appesa la cornetta torno’ alla sua poesia. Il vino ormai era finito, passo’ al limoncello come se niente fosse.
“Consumo l’ottimismo come
Le cicche d’amore che ho
Spento su di lei…e’ natale
Siate tutti più buoni”
Aveva fatto un buon lavoro. Poteva dirsi fiero. Sì gettò sul letto con la bottiglia a metà di limoncello. Penso’ a Carla, a Jessica, a Samanta, a…si addormentò di colpo, rovesciando un po’ di liquore sul lenzuolo.
La mattina quando si svegliò aveva mal di testa. Scese dal letto con una sensazione strana in petto.
Quando entrò nel salotto trovò Carla sul divano.
“Auguri amore ben svegliato”
“Cosa ci fai qui?”
“Sei ancora ubriaco? Ieri pomeriggio sei crollato e non ti sei più svegliato. I miei ti hanno voluto aspettare fino a mezzanotte ma alla fine li ho mandati a casa “
“I tuoi? Mandati a casa? Ma cosa dici? Mi riempi un bicchierino di vino?”
“Sei tornato ubriaco dalla presentazione del tuo libro di poesie. Mi hai urlato due insulti e sei crollato sul letto”
“Possibile che abbia dormito tutto questo tempo? Che giorno è oggi?”
“E’ natale tesoro, auguri di buon Natale”
“Naaaaah. Auguri anche a te amore”
L’ultimo posto a tavola - di Giovanna Santarsiero
I luoghi non cambiano: siamo noi a farlo, e, conseguentemente, anche ciò che i nostri occhi riescono a vedere.
Modica.
Erano trascorsi dieci anni dall’ultima volta in cui Luisa aveva messo piede lì, fra quelle case dorate ai pendici della valle, protese verso il cielo. Sembravano voler custodire segreti passati che nessuno aveva mai trovato il coraggio di svelare o forse ascoltare davvero.
Aveva giurato a sé stessa che non sarebbe più tornata lì, eppure sedeva sul sedile posteriore di un taxi bianco che la stava riportando verso la sua casa d’infanzia, quella che l’aveva vista crescere, quella che l’aveva vista diventare donna prima della sua inarrestabile partenza, quella che sarebbe stata venduta a breve.
Ecco la ragione del suo viaggio: tornare da mamma Teresa per aiutarla a svuotare quelle stanze da un ingombrante passato, dalle discussioni e i logorroici silenzi.
Mantenere quella casa era diventato impossibile, soprattutto dopo la morte di suo padre Rodolfo, affetto di fibrosi polmonare idiopatica, una malattia lenta, che gli aveva privato del respiro giorno dopo giorno, fino a spegnerlo del tutto.
Luisa aveva compreso la scelta di sua madre: lasciare andare quella casa e chiudere la porta su un dolore che non si poteva più abitare per via del fattore economico. Andrea, suo fratello minore, molto meno. Almeno era ciò che sua madre Teresa le aveva confidato, perché fra i due fratelli si era levato un muro, alto e invalicabile.
Ora quelle strade, quelle case, quella luce del giorno spenta da un grigiore che sembrava abbassare il cielo come un manto che vuole coprire tutto, avevano su di lei un impatto diverso. Temeva di scendere da quel taxi, come fosse un astronave che la stesse conducendo su di un pianeta che conosceva ma che non voleva più visitare.
Arrivata lì, trovò l’uscio socchiuso.
Superò la soglia e si diresse verso l’ingresso di casa.
Venne invasa dal silenzio dell’inverno, squarciato a tratti da dei rumori lontani, quasi ovattati, provenienti dal piano superiore. Era presente già qualche scatolone sigillato con cura sul quale Teresa aveva accuratamente appuntato il contenuto, così da facilitarsi nel momento in cui avrebbe dovuto sistemare tutto nella nuova abitazione.
Avanzava lentamente, soffermandosi sulla soglia di ogni stanza per respirare ogni frammento di ricordo che aleggiava nell’aria: cene rumorose, discussioni, risate e il silenzio di suo padre, un uomo che taceva più di quanto parlasse.
Aveva impiegato così tanto tempo per poter dimenticare in qualche modo quei ricordi, non per chissà quale arcana ragione, solo per alleggerire il fardello che portava con sé.
Luisa non aveva mai accettato la malattia del padre e poi quel paese le stava troppo stretto, per quello aveva deciso di andare via da lì. Motivi che l’avevano condotta ad una rottura permanente con Andrea che aveva visto la sua fuga come un abbandono. L’aveva pregata tanto quando il padre si ammalò, ma lei decise di non tornare: non avrebbe retto nel vedere il proprio padre piegato dinanzi al dolore.
Così il silenzio aveva scavato nei loro animi, nutrendosi di orgoglio e ferite impossibili da rimarginare.
- Sei tornata allora! –
Luisa si voltò, udendo quella voce così familiare, e vide dinanzi a lei sua madre. Il dolore la stava consumando: il suo viso era scarno e i segni del tempo molto evidenti; i capelli bianchi si erano triplicati, tingendo d’argento la capigliatura color caffè, molto simile alla sua, e la figura si era assottigliata. Pareva che gli abiti fasciassero solo le ossa, rivestite da una stanca pelle sulla quale la vita si era divertita a intessere crepe indelebili. La guardò con occhi lucidi. Dov’era finita sua madre?
Corse verso di lei e l’abbraccio forte.
- Sono venuta da te, mamma!- Rispose fra le lacrime.
Nei giorni che precedettero il Natale, Luisa e Teresa si dedicarono alla sistemazione degli ultimi oggetti da riporre, piegando ricordi più che vestiti, chiudendo scatole che sembravano contenere vite intere. Andrea abitava lì, a Modica, ma fece di tutto per evitare la casa della madre. Era venuto a conoscenza del ritorno della sorella e non aveva intenzione di incrociarla.
Luisa, dal canto suo, che aveva ben capito la ragione per cui suo fratello sembrava fosse svanito nel nulla, non aveva intenzione di alimentare ansia né riaprire vecchie ferite, così cercò di sbrigarsi, desiderosa di tornare a Milano il prima possibile, lontano da quella casa che trasudava passato e malinconia.
Tuttavia, sua madre tentò di farla rimanere per Natale.
-Mamma, sai bene qual è la situazione!- disse Luisa quella mattina. Avevano sistemato tutto lasciando intatta solo la cucina.
- Luisa, figlia mia, non te ne andare – disse Teresa con gli occhi lucidi – Pensaci, è l’ultimo Natale che trascorreremo in questa casa!-
A quelle parole Luisa cedette. Sua madre aveva ragione, nonostante in cuor suo provò una certa riluttanza verso quell’invito.
La sera della vigilia stava terminando di apparecchiare la tavola mentre sua madre era alle prese con gli ultimi preparativi della cena. Inevitabilmente, lo sguardo di Luisa scivolò sulla sedia posta a capotavola, quella che un tempo occupava suo padre. Quel vuoto lacerò profondamente il suo cuore. Come era potuto accadere che la vita avesse cancellato così in fretta la sua presenza?
Una lacrima le solcò il viso.
All’improvviso, il trillo del campanello ruppe il silenzio. Lei cacciò via quella stilla luminosa che pendeva dagli occhi, mentre sua madre corse ad aprire.
Era Andrea.
Salutò calorosamente sua madre poi, entrando nel salone, vide Luisa e si irrigidì. Lei si voltò e per un istante i loro occhi si incrociarono. Si salutarono con un accenno del capo, solo per non far mortificare Teresa.
Luisa lo osservò: in quegli occhi rivide sé stessa.
Fin da bambini venivano definiti gemelli. Li separava solo un anno e condividevano gli stessi tratti scuri della madre, se non fosse per gli occhi verdi del padre.
La cena iniziò nel silenzio più totale, nonostante Teresa tentò di fare domande a entrambi nel tentativo di farli parlare. Poi accadde un piccolo incidente che destabilizzò tutti. Nel tentativo di prendere una bottiglia di vino, Teresa fece cadere dallo scaffale una scatola di latta che, atterrando bruscamente sul pavimentò, si aprì. All’interno era presente una lettera e un registratore. Sulla busta ingiallita c’era scritto a penna: per i miei figli.
Fu Luisa ad aprirla e a leggerne il contenuto ad alta voce:
“Se state leggendo queste righe è perché non ci sono più. In vita, non ho saputo dire le cose giuste, probabilmente, ma ho amato ognuno di voi a modo mio. Luisa, so che tu non sei scappata per codardia, ma solo perché questo posto ti stava stretto e non riuscivi ad accettare l’idea che io stessi tanto male. Tu, Andrea, sei rimasto non per dovere ma per amore e hai visto la fuga di tua sorella come un abbandono per via del tuo carattere troppo insicuro. Vi prego, non fate del mio silenzio il vostro!”
Tutti si guardarono ammutoliti.
Andrea prese il registratore e lo premette sul tasto Play. La voce del padre si diffuse in quella casa ormai quasi vuota, riempiendo ogni angolo.
Rodolfo raccontava le pagine della sua vita durante la malattia. Ogni parola era una lama che li colpiva, uno ad uno, scavando solchi già profondi. Il colpo di grazia arrivò con la sua confessione più intima, quella che nessuno avrebbe mai dimenticato:
“ Vorrei che i miei figli sapessero che io li ho sempre capiti e amati e che, quando un giorno sarò lontano fisicamente, ma non con la mia anima, desidero fossero uniti più che mai. Il silenzio che mi ha contraddistinto non è stato una mancanza d’amore, bensì paura, sì, la paura di poter ferire. Ma il silenzio allontana e va combattuto!”
Copiose lacrime inondarono i visi dei tre che ascoltavano quella voce con il cuore, prima che con le orecchie. Fu un dono quello, un dono prezioso che il padre aveva deciso di concedere loro.
Andrea guardò sua sorella con una luce diversa negli occhi e disse – Forse, non abbiamo mai saputo ascoltarlo per davvero!-
- E forse non siamo mai riusciti ad ascoltarci anche noi! – sussurrò Luisa.
Si sciolsero poi in un abbraccio, capace di rompere le ossa e rimetterle in sesto, sotto gli occhi colmi di gioia di Teresa, che attendeva da tempo quel momento magico di riconciliazione.
Si riunirono poi intorno alla tavola imbandita. Teresa aveva acceso le candela posta al centro della tavola, Luisa versò il vino nei bicchieri, riempiendo anche quello messo di fronte al posto vuoto del padre e Andrea porse lei il pane. Gesti semplici, silenziosi ma carichi di forti promesse.
Fuori, oltre le vetrate, la neve iniziò lenta a cadere, velando con la sua purezza quella casa che sembrava solo un luogo arido da abbandonare, ma che aveva trovato il coraggio di ritornare ad essere un rifugio temporaneo; un grembo materno che li accolse per quell’ultimo Natale.
Il giorno di Santo Stefano dovettero lasciare quella casa.
Dopo tanti anni Luisa aveva fatto pace con il passato e con sé stessa.
Chiudendo alle sue spalle la porta, Luisa lasciò che le parole del padre, di memoria e perdono, aleggiassero ancora una volta attraverso il registratore per inviare quell’ultimo messaggio che avrebbe custodito con sé per sempre: “Non lasciate mai che il silenzio vi separi. Parlatevi, anche quando fa male!”
L’ultima cioccolata di Babbo Natale - di Giovanna Santarsiero
11
dicembre 2025.
Avvolta
da maestose montagne mozzafiato e da boschi che paiono usciti da un racconto incantato,
Castelrotto è in trepidazione per l’arrivo del periodo più magico dell’anno: il
Natale.
Le vie
del borgo scintillano di luci multicolori, le note dei canti natalizi si
diffondono nell’aria, come un’eco d’infanzia, mentre bancarelle colme di
dolciumi, oggetti artigianali e profumi speziati si mescolano nel freddo
invernale. L’atmosfera è pervasa da una gioia contagiosa, quella che i paesi di
montagna sono in grado di custodire nel tempo.
È in
questo scenario che giunge il commissario Deliucius Mark, deciso a trascorrere
le tanto attese ferie invernali, lontano da indagini complesse e casi
logoranti. Aveva scelto Castelrotto proprio per la sua quiete: nessun mistero
da risolvere, nessun enigma da decifrare. Solo neve e riposo.
Dopo aver
depositato i bagagli nell’Hotel Stella Alpina, un accogliete rifugio collocato
nel borgo, Deliucius decide di immergersi nell’atmosfera natalizia di quella
località tutta da scoprire.
Il centro
della festa risulta essere il Villaggio di Babbo Natale, allestito nella grande
piazza principale. Per raggiungerlo, il commissario attraversa il corso centrale
agghindato a festa con addobbi di ogni colore e forma: ghirlande, nastri
dorati, lanterne.
Le
vetrine dei negozi, curate con fantasia e gusto, riflettono le luci delle
luminarie, dando vita ad un gioco di riflessi che trasforma le strada in un
piccolo mondo fiabesco.
Davanti
l’ingresso del Villaggio, una lunga fila di bambini e genitori attende il
proprio turno per poter varcare la soglia e immergersi in quel luogo magico.
Deliucius
è ipnotizzato da quelle meraviglie e dalla folle festante che si gode quei
momenti magici in attesa dell’arrivo delle feste. L’odore di cannella raggiunge
le sue narici. Poco distante da lui, una bancarella vende dolci tipici. Sente
un brontolio provenire dallo stomaco, così decide di concedersi una dolce
pausa, dopotutto quale modo migliore per dare il via alle sue vacanze?
Paga con
poche monete quella prelibatezza e non appena sta per addentare la brioche con il
primo morso, un fragoroso trambusto cattura la sua attenzione. Un’elfa del
Villaggio, corre nella piazza gridando:
- Babbo
Natale non si trova! –
Tutti la
guardano con disappunto, credendo che fosse solo un siparietto per far
intendere che ci fosse un ritardo nell’inizio della manifestazione.
L’agitazione della ragazza, però, risulta essere alquanto esagerata così da
convincere il commissario a posare il suo dolce e raggiungerla dietro le quinte.
Lì, fra
costumi, pacchi finti e stretti passaggi, il commissario trova riverso a terra
Babbo Natale. La bianca barba è contorta e il volto dell’uomo cereo. Si china
su di lui e, poggiando due dita sulla giugulare, dice: - Babbo Natale è morto! –
A quelle
parole l’elfa lancia un urlo.
Dopo un
quarto d’ora arrivano i carabinieri e un’autoambulanza.
Il medico
giunto sul posto si precipita sull’uomo
e fa le sue prime valutazioni.
- Pare
sia morto a causa di un malore, pover’uomo! –
Intanto
il commissario gira nel camerino. Percepisce nell’aria un odore mandorlato
provenire dalla tazza, in cui era ancora presente la cioccolata fumante.
- Mi
scusi dottore, non sente anche lei questo odore particolare provenire dalla
cioccolata? –
Il medico
si avvicina alla tazza e annusa.
- Beh
effettivamente. . . –
- Forse non si tratta di un semplice malore! –
sottolinea Deliucius.
-
Predisporremo la richiesta di
effettuazione dell’autopsia per saperne di più. Che stranezza, il nostro è un
paese tranquillo! –
- Lo
credevo anche io – dice il commissario - altro che ferie invernali! –
Avrebbe
voluto restare fedele al suo proposito, voltarsi dall’altra parte e lasciare
quella gatta da pelare alle autorità competenti del posto, tuttavia, il senso
di giustizia e la ricerca della verità prevalsero.
Il
cadavere viene trasportato in obitorio mentre per Deliucius inizia l’ indagine!
La folla
si era accalcata nel Villaggio e così il commissario ne approfitta per fare
qualche domanda ai presenti.
Scopre
che Babbo Natale era Ernesto Belli, un uomo di mezza età, che lavorava come
impiegato al comune, ma che aveva una passione per l’arte ed il teatro. Così,
durante le diverse festività dell’anno, si prestava per interpretare i ruoli
più svariati. Era originario di Bolzano, ma da più di dieci anni viveva lì. Con
il suo carattere bonario era entrato nelle simpatie di tutti. Dietro il suo
apparente sorriso, però, celava un passato scomodo e davvero molto triste: un
matrimonio finito male e la mancanza per sua figlia Jessica, che vedeva
pochissime volte l’anno, dato che la sua ex moglie l’aveva portata con sé a
Trento. Niente che facesse pensare a quale potesse essere il reale motivo che
lo aveva portato a morire in quel modo.
Ritorna
nel camerino e continua a perlustrare ogni cosa. Trova una giacca poggiata
sullo schienale di una sedia, apparteneva sicuramente ad Ernesto. Inizia a
frugare nelle tasche e rinviene un biglietto appallottolato. Lo spiega e legge:
“Non rovinare la magia del Natale!”
Cosa
volevano dire quelle parole?
In un
angolo, poco distante da lui, Deliucius trova Chiara Picò, ovvero l’elfa che
aveva lanciato l’allarme, in una pozza di lacrime.
Le si
avvicina.
- Buongiorno
signorina, sono il commissario e dovrei porle alcune domande –
- S. . .
si. . . mi dica! – dice la ragazza fra un singhiozzo e l’altro.
- In che
rapporti era con la vittima? –
- Ernesto
era un collega di spettacolo speciale, l’unico che conoscevo bene e con il
quale andassi d’accordo –
- Ha
notato qualcosa di strano nei giorni scorsi? –
- Si –
dice, tirando su con il naso – era molto agitato e aveva detto di voler
abbandonare lo spettacolo! –
- E
perché? –
- Aveva
litigato con Luca Artigli, il tecnico dell’impianto, ma non credo fosse quella
la reale causa. Mi aveva detto di aver scoperto qualcosa di grosso ma che, per
il mio bene, non poteva dirmi altro –
Deliucius
resta a pensare per qualche minuto.
- Sul
tavolino di fianco ad Ernesto, era presente una tazza di cioccolata calda. Chi
l’ha portata lì? –
- Io! –
dice lei con una certa convinzione.
- Perché?
–
- Beh
perché Ernesto amava bere sempre una cioccolata calda prima di iniziare lo
spettacolo. Sa con questo freddo! –
A quelle
parole, il commissario fissa i suoi occhi in quelli della fanciulla per capire se nascondesse
qualcosa. Secondo i suoi sospetti la cioccolata era stata avvelenata. Se così
fosse, possibile che la ragazza avrebbe dato quella risposta con nonchalance
consapevole che sarebbe stata scoperta?
- Resti
nei paraggi qualora dovesse essere necessario ascoltarla ancora – dice senza
approfondire oltre.
- Si va
bene – risponde la ragazza, asciugando le lacrime.
Il
commissario cerca a quel punto Luca Artigli che era stato già fermato dai
carabinieri.
Parlando
con lui, Deliucius scopre che il motivo del litigio era un’accusa che Ernesto
aveva posto nei suoi confronti accusandolo di furto. Secondo Ernesto, molti
oggetti della scena era spariti per mano di Luca nelle ore antecedenti allo
spettacolo, quando, senza la presenza dei figuranti, poteva entrare in azione
indisturbato. Anche lui sembrava avere un movente per l’omicidio.
La
scientifica inviò l’esito delle analisi condotte sulla tazza. La cioccolata era
stata effettivamente avvelenata ma sull’oggetto nessuna impronta digitale.
I
sospetti di Deliucius erano dunque fondati, ma come avrebbe fatto a scoprire
chi fosse il colpevole?
Mentre
stava ponendosi questa domanda, viene avvicinato da una donna.
- Lei è?
–
-
Buongiorno commissario. Sono Marta Rainer, la proprietaria del bar qui di
fronte, ho qualcosa di importante da dirle! – afferma.
- Prego
mi dica, sono tutto orecchi! – dice il commissario, desideroso di porre fine
a quell’indagine il prima possibile così da poter tornare alle sua vacanze.
- Proprio
la notte scorsa, intorno a mezzanotte, stavo chiudendo il locale. Sa,
Castelrotto è un piccolo pesino, tuttavia fintanto che si sistema il locale per
preparare quello che si può per il giorno seguente, si finisce sempre tardi –
fa una breve pausa e poi prosegue.
- Stavo per
uscire quando, all’improvviso, sento un forte vociare. Senza farmi notare,
socchiudo l’uscio della porta e scopro che i due intenti a discutere altri non
erano che il sindaco Orlando Rossi, e il povero Ernesto. Non ho potuto capire
bene cosa si dicessero ma ho notato che il sindaco era alquanto agitato e prima
di andare via ha strattonato in malo modo il povero Ernesto. –
-
Interessante – pensa il commissario.
- Non ho
detto nulla prima per non creare dissapori, ma considerando che
il povero Ernesto è stato ammazzato, ho pensato bene di dirvelo! –
- Ha fatto
benissimo signora Rainer ! –
Dopo quella
scoperta Deliucius indaga sulla vita del sindaco. Scopre che l’uomo era
impelagato in una traffico losco e che, i soldi che l’amministrazione riceveva
come contributi venivano investiti per scopi personali. Essendo un funzionario
comunale, molto probabilmente, Ernesto aveva scoperto qualcosa e il sindaco non ne era entusiasta.
Per poter incastrare il sindaco, Deliucius va da Luca Artigli a chiedere se nel
Villaggio ci fosse un sistema di videosorveglianza. Per fortuna la risposta fu
affermativa. Attraverso le registrazioni il commissario vede il filmato in cui,
il sindaco, Orlando Rossi, si era recato nel camerino poco dopo l’arrivo di
Chiara che, con i suoi guanti da elfa, aveva lasciato la tazza sul tavolino. Si
vede perfettamente l’uomo che versa nella cioccolata qualche sostanza, sgattaiolando
poi via velocemente. Dopo due minuti arriva il povero Ernesto, beve un sorso di
cioccolata, e, mentre stava per sistemarsi la barba, inizia a sentirsi male, per
poi cadere riverso sul pavimento.
In serata il Villaggio di Babbo Natale riapre le sue porte. Le luci tornano a brillare, le risate dei bambini si diffondono nell'aria come la musica, come se nulla fosse accaduto. Ma in fondo, sotto quella patina festosa, qualcosa si era incrinato per sempre.
Il commissario Deliusus Mark aveva smascherato il sindaco davanti a tutta la folla attonita, consegnandolo alle forze dell’ordine. Quello di Orlando Rossi sarebbe stato un Natale molto diverso.
Avvolto nel suo cappotto, Deliusus guardava la neve venire giù dal cielo coprendo ogni cosa: le orme, le menzogne, la memoria del delitto stesso. Castelrotto, sotto quel manto bianco, riconquista la sua apparente innocenza, come se la verità potesse essere davvero occultata dal silenzio dell'inverno.
Il commissario si volta, lasciandosi alle spalle la piazza illuminata. Cammina nella notte, con il passo di sa bene che la pace è solo un'illusione fugace e che, anche nei luoghi più puri, può nascondersi l'ombra del male.
Un regalo speciale - di Antonio Tripaldi
Il freddo non gli dava tregua; lo colpiva, lo avvolgeva, lo marcava stretto. Era il 24 di dicembre. La tempesta di neve voleva proprio inondare tutto quel giorno, compreso lui. Si trovava nel parco del suo paese; seduto su una panchina, in balia di quella bufera, a pensare, a pregare forse. A casa sua tutti lo stavano aspettando: la moglie, il figlio piccolo, i genitori e le sorelle di lei, i genitori suoi insieme a suo fratello. Provava vergogna. Non voleva tornare a casa da sua moglie e soprattutto da suo figlio, a mani vuote. Non era colpa sua, ma lo stesso egli sentiva come se lo fosse davvero, e fosse soltanto sua.
Lavorava per una ditta esterna in una fabbrica di gelati. Faceva le pulizie. Le cosiddette pulizie industriali. Non era un lavoro duro, anzi, forse poteva anche dirsi soddisfatto di farlo e, a dirla tutta, stava quasi accettando quel suo destino piccolo piccolo. Il problema era che non lo pagavano da mesi. Aveva potuto nascondere alla sua famiglia quella situazione spiacevole, grazie ai pochi risparmi che aveva potuto mettere da parte per le emergenze. Ma adesso, in occasione del Natale, delle festività, era rimasto a secco. La rabbia lo divorava, indirizzata sopratutto contro i suoi datori di lavoro, che non si facevano mancare niente, nessuno sfizio…nessun vizio. La vergogna lo rodeva dentro. Piano piano. Cosa avrebbe potuto regalare al suo bambino?
Aveva anche scritto una stupenda lettera a babbo natale come compito all’elementare e subito, lui e sua moglie, l’avevano poggiata sulla base del camino. Chiedeva a babbo Natale innanzitutto che tutte le guerre in corso finissero subito ed all’unisono. Un’utopia d’accordo, ma commovente in un bambino di sette anni. Chiedeva che la mamma stesse sempre bene e che non litigasse più con suo padre; chiedeva che suo padre non litigasse più con sua madre e che non ingoiasse più quelle pillole che lo facevano dormire anche quando stava in piedi. Chiedeva cose belle per i nonni, gli ziii, gli amichetti ed i genitori degli amichetti. Chiedeva, ingenuamente, come fanno di solito in quella tenera età, di diventare grande in fretta. L’ultima riga era per un libro che desiderava davvero tanto; un libro della prima scrittrice donna premiata con il Nobel, Selma Lagendorf, ed il titolo del libro era “l’imperatore di Portugallia”. Voleva questo benedetto libro perché suo padre ne parlava con sincera commozione a sua moglie, ogni tanto; gli diceva che vi si trovava scritto già tutto lì dentro, in quel libricino.
Lui, suo padre, il suo modello, per adesso, non era riuscito neanche a poter permettersi di comprare quel volumetto in una libreria dell’usato. La cosa che più malediceva di se stesso era che, nonostante il desiderio del figlio, non poteva fare a meno di spendere quei pochi soldi che aveva in sigarette. Non riusciva a farlo per accontentare il figlio. Ma che padre era? Va bene che aveva letto in fascicolo che, in ospedale , il reparto dove le cicche di sigaretta erano più presenti, fosse quello per il tumore ai polmoni…ma un bambino può mai comprendere questi dettagli? Rileggeva a memoria quella lettera dolce ed innocente, mentre lottava contro il freddo. Diventare grande in fretta. L’imperatore. Soldi zero. Mise una mano nella sacca del giubbino per prendere una sigaretta. Non l’avrebbe accesa, con quel vento era pressoché impossibile. Voleva solo fermare il nervosismo tenendola in bocca. Nel prendere il pacchetto trovò una moneta strana, d’oro, sporca ma ancora lucida alla luce del lampione sopra di lui. Questo poteva essere un regalo? Il sacrificio che suo nonno fece per portare a suo padre quel pezzo di antiquariato, di ritorno dalla seconda guerra mondiale. Era appartenuta ad un soldato delle ss. Quella moneta voleva portarla al suo bambino a casa, era diventata un motivo per combattere, resistere, reagire a quell’incubo. Decise di raccontare la storia del nonno e della moneta a suo figlio. E regalargli quel prezioso amuleto.
Decise così. Suo
figlio era sensibile e curioso abbastanza da porter apprezzare e custodire
subito quel dono. Si alzò e si avviò verso casa, in balia della bufera di neve.
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