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π’πŸπ’π¨π«πšπ«π¬π’ π₯𝐚 𝐩𝐞π₯π₯𝐞 - Di Simona Mancusi






Con le mie dita sfioro il palmo della tua mano. Ho quasi paura a toccarti tanto sembri fragile. Provi a parlare, ma la tua gola non emette alcun suono. La frustrazione che leggo sul tuo volto fa crescere in me la rabbia. Deve essere avvilente, per un tipo orgoglioso come te, farsi vedere in questo stato. So quello che pensi, che stai perdendo la tua dignitΓ , perΓ² credimi papΓ , non ti ho mai visto piΓΉ forte di cosΓ¬. L’orgoglio Γ¨ solo una barriera virtuale che noi uomini abbiamo creato per sentirci invincibili, ma la vera dignitΓ  non ce l’hanno coloro che non cadono mai, bensΓ¬ quelli che, come te, provano a combattere ogni giorno. È buio, i tuoi compagni di stanza dormono giΓ  da un pezzo, tu invece non vuoi proprio saperne. Pensi che restare vigile ti aiuterΓ  a difenderti dai tuoi mostri. Avvicino la mia testa al tuo petto e chiudo gli occhi, lasciandomi cullare dai sogni. Rivedo me bambino seduto sulle tue spalle. Sogno di quando mi portavi con te nei campi e mi spiegavi i segreti del mestiere, ma io ti ascoltavo annoiato. Non volevo certo fare il contadino come te. Io pensavo in grande. «I figli diventano sempre piΓΉ importanti dei propri genitori» mi dicevo «Γ¨ l’evoluzione della specie.» Sogno di quando tiravi fuori la tua vespa azzurra dal garage e mi portavi a sentire il vento sulla faccia. Erano brevi i nostri viaggi. «Il lavoro prima di tutto» dicevi. Io ero talmente felice che a me quel tempo sapeva di eternitΓ . Mi aggrappavo forte al tuo ventre e respiravo il sapore della libertΓ . Quegli attimi erano solo nostri, fuggivamo insieme per coltivare ricordi. Odiavi il mare, mi ripetevi in continuazione che, secondo te, era sopravvalutato. Amavi invece la montagna e, ogni volta, mi ci portavi. Poi sdraiati sull’erba, mangiavamo i panini che avevi preparato tu. Dentro ci mettevi il salame buono, quello dei tuoi maiali, perchΓ© sostenevi che mi avrebbe reso forte e sano. Quando poi prendevo il pallone e iniziavo a correre, tu mi seguivi, ma dopo un po’ ti fermavi. Le tue gambe si stancavano subito, non ce la facevano a starmi dietro. Sai, ci restavo male. Volevo un papΓ  pieno di energie e poco mi importava del lavoro o se mi avevi avuto tardi. Come tutti i bambini, desideravo un padre che fosse un po’ un supereroe.
Mi sveglio nel cuore della notte. Ti guardo, ancora non dormi. Ormai quei mostri non ti mollano un attimo. L’ictus ti ha tolto anche la pace. «Sai cosa ho sognato?» ti domando sottovoce. Tu scuoti la testa e mi guardi curioso. «La tua vespa azzurra e le nostre gite in montagna.» Sorridi e questo mi spinge a parlarti ancora. So che stai ripercorrendo i miei stessi ricordi. «PerΓ² sono arrabbiato, perchΓ© non mi hai mai portato a vedere il mare e ti confesso una cosa: io l'ho sempre adorato.» Adesso ridi ancora piΓΉ forte, i tuoi occhi brillano e nella mia mente si fa largo un’idea, forse un po’ folle.
«Voglio portarti in un posto» ti dico e nel frattempo mi chino su di te per prenderti in braccio. «Adesso tocca a me farti viaggiare, anche soltanto con la fantasia.» Il tuo sguardo Γ¨ confuso, ma con la mano ti aggrappi fiducioso al mio collo. Attraverso il corridoio dell’ospedale con te in braccio e quando arriviamo davanti alla finestra che dΓ  sulla campagna, ti aiuto a sederti su una sedia. «Qui puoi vedere l’erba, lo so che Γ¨ buio, ma avevo voglia di mostrarti di nuovo anche le stelle.» Mi sorridi e con le dita sfiori il palmo della mia mano. Questo tocco so che lo ricorderΓ² per sempre papΓ .


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