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Un regalo speciale - di Antonio Tripaldi

 




Il freddo non gli dava tregua; lo colpiva, lo avvolgeva, lo marcava stretto. Era il 24 di dicembre. La tempesta di neve voleva proprio inondare tutto quel giorno, compreso lui. Si trovava nel parco del suo paese; seduto su una panchina, in balia di quella bufera, a pensare, a pregare forse. A casa sua tutti lo stavano aspettando: la moglie, il figlio piccolo, i genitori e le sorelle di lei, i genitori suoi insieme a suo fratello. Provava vergogna. Non voleva tornare a casa da sua moglie e soprattutto da suo figlio, a mani vuote. Non era colpa sua, ma lo stesso egli sentiva come se lo fosse davvero, e fosse soltanto sua.

Lavorava per una ditta esterna in una fabbrica di gelati. Faceva le pulizie. Le cosiddette pulizie industriali. Non era un lavoro duro, anzi, forse poteva anche dirsi soddisfatto di farlo e, a dirla tutta, stava quasi accettando quel suo destino piccolo piccolo. Il problema era che non lo pagavano da mesi. Aveva potuto nascondere alla sua famiglia quella situazione spiacevole, grazie ai pochi risparmi che aveva potuto mettere da parte per le emergenze. Ma adesso, in occasione del Natale, delle festività, era rimasto a secco. La rabbia lo divorava, indirizzata sopratutto contro i suoi datori di lavoro, che non si facevano mancare niente, nessuno sfizio…nessun vizio. La vergogna lo rodeva dentro. Piano piano. Cosa avrebbe potuto regalare al suo bambino?

Aveva anche scritto una stupenda lettera a babbo natale come compito all’elementare e subito, lui e sua moglie, l’avevano poggiata sulla base del camino. Chiedeva a babbo Natale innanzitutto che tutte le guerre in corso finissero subito ed all’unisono. Un’utopia d’accordo, ma commovente in un bambino di sette anni. Chiedeva che la mamma stesse sempre bene e che non litigasse più con suo padre; chiedeva che suo padre non litigasse più con sua madre e che non ingoiasse più quelle pillole che lo facevano dormire anche quando stava in piedi. Chiedeva cose belle per i nonni, gli ziii, gli amichetti ed i genitori degli amichetti. Chiedeva, ingenuamente, come fanno di solito in quella tenera età, di diventare grande in fretta. L’ultima riga era per un libro che desiderava davvero tanto; un libro della prima scrittrice donna premiata con il Nobel, Selma Lagendorf, ed il titolo del libro era “l’imperatore di Portugallia”. Voleva questo benedetto libro perché suo padre ne parlava con sincera commozione a sua moglie, ogni tanto; gli diceva che vi si trovava scritto già tutto lì dentro, in quel libricino. 

Lui, suo padre, il suo modello, per adesso, non era riuscito neanche a poter permettersi di comprare quel volumetto in una libreria dell’usato. La cosa che più malediceva di se stesso era che, nonostante il desiderio del figlio, non poteva fare a meno di spendere quei pochi soldi che aveva in sigarette. Non riusciva a farlo per accontentare il figlio. Ma che padre era? Va bene che aveva letto in fascicolo che, in ospedale , il reparto dove le cicche di sigaretta erano più presenti, fosse quello per il tumore ai polmoni…ma un bambino può mai comprendere questi dettagli? Rileggeva a memoria quella lettera dolce ed innocente, mentre lottava contro il freddo. Diventare grande in fretta. L’imperatore. Soldi zero. Mise una mano nella sacca del giubbino per prendere una sigaretta. Non l’avrebbe accesa, con quel vento era pressoché impossibile. Voleva solo fermare il nervosismo tenendola in bocca. Nel prendere il pacchetto trovò una moneta strana, d’oro, sporca ma ancora lucida alla luce del lampione sopra di lui. Questo poteva essere un regalo? Il sacrificio che suo nonno fece per portare a suo padre quel pezzo di antiquariato, di ritorno dalla seconda guerra mondiale. Era appartenuta ad un soldato delle ss. Quella moneta voleva portarla al suo bambino a casa, era diventata un motivo per combattere, resistere, reagire a quell’incubo. Decise di raccontare la storia del nonno e della moneta a suo figlio. E regalargli quel prezioso amuleto. 

Decise così. Suo figlio era sensibile e curioso abbastanza da porter apprezzare e custodire subito quel dono. Si alzò e si avviò verso casa, in balia della bufera di neve.


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